Un lavoro migliore


 

Un lavoro migliore

L’attuale modello di produzione e consumo è in crisi. Da un punto di vista strutturale, l’aspetto più impressionante dell’arresto della crescita è l’espansione dell'area di lavoro part-time, dove il lavoro part-time è destinato a lavoratori in precedenza occupati a tempo pieno, oggi precariamente ricollocati nel dilagante settore dei servizi. Cambiare paradigma economico significa tornare a produrre cose, produrre cose di cui altre persone hanno realmente bisogno, e produrle tutti. Nei settori che realizzano beni strumentali, destinati ad essere utilizzati per più cicli produttivi, la via di uscita dalla crisi potrebbe essere un ritorno al manifatturiero, fronte su cui l’economia italiana potrebbe fornire un modello all’economia europea. Nella produzione di alimenti, il futuro è dei sistemi agricoli che tutelano la biodiversità, come quelli biologici e su scala ridotta. Le monocolture estensive di tipo industriale sono invece destinate a collassare, perché non previste per confrontarsi con i cambiamenti climatici e con l’impennata dei costi del petrolio. L’agricoltura naturale è più adattabile. Ad esempio, può limitare fortemente l’uso di combustibili fossili incrementando la produzione di biogas, arrivando a produrre da sola l’energia che le serve.
 

 
 
Rivoluzione Verde, Almeria, Spagna.
 
L’agricoltura industriale produce rilevanti volumi di gas a effetto serra, principale causa del cambiamento climatico. Al tempo stesso, subisce gli impatti negativi di quest’ultimo, in termini di riduzione della produttività e incremento dei rischi legati alla sicurezza alimentare. Oltre ai fenomeni di desertificazione e impoverimento dei suoli, altri sono i fattori di rischio. L’industrializzazione sostituisce l’energia degli esseri umani e degli altri animali con energia non rinnovabile, un vantaggio non esente da rischio. Dice Vandana Shiva: Anche se la produzione industriale richiede più risorse dell’alimentazione umana, la sostituzione delle persone con macchine che consumano combustibile fossile è considerata comunque e sempre vantaggiosa per la produttività. Il progresso scientifico e tecnologico sembra essere governato da questa concezione, che per Shiva è ristretta e distorta e che oggi rende evidenti i costi sociali dei mezzi di sostentamento e quelli ecologici della devastazione dell’ecosistema. Ciò nonostante, sostenere questi processi è il primo compito della attuale politica della governance globale, spesso a scapito della dignità del lavoro proposto.   
 

Un brutto lavoro da crisi
 
Il lavoro al tempo della crisi è un brutto lavoro, le crisi affamano gran parte della popolazione, la rendono disponibile ai compromessi, sottomessa ai ricatti. All’inizio di quest’era post-moderna, qualcuno già comincia a rimpiangere nostalgicamente il confronto conflittuale “moderno” tra imprenditore e lavoratore, quando erano entrambi “fordisti” e provvisti di un etica del lavoro comune. Altri leggono le attuali forme di resistenza alla restaurazione di un controllo del lavoro pre-moderno, come quella alla Fiat di Pomigliano, come un sano e aggressivo opportunismo post-fordista, che i manager della multinazionale conoscono e temono. Si direbbe che siamo entrati in una fase dello sviluppo del capitale dove alla precarizzazione e al declassamento sistemico delle competenze corrisponde l’inaffidabilità del lavoratore e una strisciante guerriglia materiale di sopravvivenza, a cui non può fare da sponda nemmeno il sindacalismo più giallo. I lavoratori dipendenti sanno di essere sfruttati, un cartello a Pomigliano recitava: Nuova Panda! Schiavi in mano. Le alternative alla schiavitù sono il suicidio o la ribellione. La Francia vanta un elevato numero di suicidi “per lavoro”, ma ha conosciuto anche un buon numero di sequestri di alti dirigenti, nella fabbrica della Michelin di Toul, alla Sony, alla 3M e in molte altre. L’operaio qualificato della rivoluzione industriale è stato retrocesso ai lavori umili, al perenne apprendistato. In questa condizione non gli sono più concesse lotte, ma solo rivolte e gesti estremi che lo facciano apparire in televisione. La flessibilità del lavoro ha comportato un degrado dei rapporti di forza e, di conseguenza, della dignità umana dei lavoratori.

 

se Luc Rousselet, direttore della filiale americana 3M, sequestrato a Parigi

 
Il lavoro è diventato più brutto, ma nessuno degli obiettivi previsti da stati e imprese è stato raggiunto. La ricomposizione del sistema produttivo è stata disincentivata, il modello di specializzazione, soprattutto in Italia, è rimasto fondamentalmente basato sulla competitività di prezzo, il prodotto ha rallentato la crescita fino a regredire, la distribuzione della ricchezza prodotta si è costantemente spostata a favore del capitale e delle rendite, il potere d’acquisto delle retribuzioni salariali è fermo da quindici anni e per molti è regredito, l’area del precariato sottopagato e con tutele scarse o nulle si è progressivamente estesa. Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come “moderne” e “responsabili”. Nel nostro paese, le condizioni di lavoro previste per Pomigliano sanciscono una realtà presente da almeno un decennio. L’Italia che pensava di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi. Oggi, in Italia come nel resto dell’Europa, negli USA come in Giappone, ogni vertenza si chiude scendendo un gradino di una scala che terminerà solo quando le condizioni di vita e di lavoro saranno equivalenti a quelle dei paesi emergenti, un gradino in meno sembra essere meglio della disoccupazione, ma alla fine della scala rimangono il suicidio o la ribellione.
 

 
"I giornali possono riempirsi di pagine sulla crisi economica e finanziaria, ma quando ci guardiamo intorno quello che vediamo non sono derivati e mercati finanziari. Vediamo la distruzione delle comunità, del contesto sociale e della natura, delle relazioni tra di noi. Vediamo il capitalismo che ci sta distruggendo". 
 
Una nuova visione dell’ambiente naturale e dell’ambiente costruito non può prescindere da un approccio ecologico e socialmente responsabile. Questo comporta studio, ricerca, trasferimento tecnologico, innovazione e realizzazione di buone pratiche. Creare laboratori di ricerca e cantieri per realizzare edifici residenziali e produttivi energeticamente sostenibili nel futuro, diversificati per esigenze e accessibili a tutti. Edifici costruiti nella conoscenza del clima e del patrimonio culturale locale.
 
Economia,ambiente e sociale sono le tre declinazioni della sostenibilità, a queste deve coniugarsi la sostenibilità bio-culturale, intesa come riconoscimento e utilizzazione del valore aggiunto dal patrimonio biologico e culturale, in particolare dalle culture materiali, ancora disponibile sul territorio. Un deposito di ricchezza sociale che viene oggi rapidamente eroso dall’abbandono e dalla “omogeneizzazione” delle conoscenze e dei saperi locali nel mercato globale. Così come il patrimonio biologico viene eroso e limitato dal propagarsi di specie invasive, dalla perdita degli habitat per deforestazione, urbanizzazione eccessiva, inquinamento, e dalla perdita di biodiversità con l’aumentare delle temperature.